Palazzo Sagges, sede della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Puglia e della Basilicata, è ubicato nelle vicinanze della chiesa Cattedrale e della perduta sinagoga, in un vicinio dell'antico abitato barese, prossimo alle mura, detto Santa Maria de Kiri Iohannaci. Nelle fonti più antiche la città di Bari risulta suddivisa in vicinia, che prendono il nome talora da un dato topografico, altre volte da quello di un santo o da quello di una famiglia notabile intorno alla quale si aggregavano cittadini della medesima etnia e dello stesso status sociale. Antonio Beatillo, nella sua Historia di Bari principal città della Puglia, attribuisce alle nobili famiglie di origine bizantina, non solo la costruzione, nella città, di grandi abitazioni "con alcune torri molto alte,…poste in isola cioè divise con publiche strade all'intorno dagli edificij del resto de' cittadini" ma anche la fondazione di chiese all'interno del proprio vicinio.
Il toponimo del sito, deriva, per l'appunto, dall'intitolazione di una chiesa fatta edificare dai signori Ioannaci, d'origine bizantina, trasferitisi a Bari e imparentatisi con i Dotalttula. Il sacro edificio che è già citato in un documento pergamenaceo conservato nell'archivio del Capitolo metropolitano di Bari del 1183, risulta restaurato ripetute volte nel corso dei secoli.
Il Beatillo riferisce ancora, che la chiesa, chiamata "con qualche corruttela, Santa Maria di iursannaci e hora Santa Maria di Sannaci", nel primo Seicento non dispone più del "suo be
l chiostro". Dal 1675 la chiesa di Santa Maria del Sannace ospita temporaneamente i Teatini, prima che questi si trasferiscano nella chiesa di San Gaetano.
Nello stesso periodo la chiesa, con il rione, comincia ad essere denominata "Santa Maria del Sannace seu San Giuseppe," intitolazione quest'ultima riferibile ad una congrega omonima subentrata ai Teatini ed elevata ad Arciconfraternita sul finire del XVIII secolo. Ad essa si deve probabilmente la riedificazione, sul suolo dell'antico tempio, dell'attuale chiesa dedicata al Santo Patriarca.
Nella Platea dei Minori conventuali di Bari, databile alla prima metà del XVIII secolo in cui viene riportata la "notizia delli nomi antichi e moderni delle strade di questa città di Bari", il nostro vicinato è individuato come: "la corta dello Sannace, oggi vicino a San Giuseppe".
Già dalla fine del XVII secolo si avverte l'esigenza di identificare inequivocabilmente le aree corrispondenti alle singole proprietà, e in numerosi atti notarili coevi il palazzo viene identificato come " la casa palatiata, con i suoi confini sita e posta nella strada dei Martinez circum circa la strada di San Giuseppe ". Ancora nel Settecento non si riscontra la codificazione dei toponimi tant'è che, in un atto notarile del 1701 e, in seguito nel Catasto onciario di Bari del 1753, la stessa casa palatiata è collocata "nella strada detta di San Simeone".
Questo ennesimo toponimo del sito deriva dalla titolatura di una chiesa, documentata già dal 1119, vicina a quella di San Bartolomeo de Muro, e la cui edificazione è da attribuire alla nobile famiglia Elia, di origine bizantina anch'essa come gli Ioannaci. In un inedito atto notarile del 1710 si precisa che "nella strada detta di San Simeone seu la torretta", vi è " la chiesa diruta di esso Santo ".
Alla fine del Settecento, a causa di una crescita smisurata e disordinata dell'attività edilizia nella Città antica, si avverte l'esigenza di edificare un nuovo borgo fuori le mura, la cui costruzione viene avviata di fatto nel Decennio francese.
Nel 1836, finalmente viene superata l'incertezza sui toponimi a seguito di una deliberazione dei decurioni di Bari che decidono di far "apporre i numeri alla parete degli edifici nella città vecchia e nel borgo e le epigrafi alle strade dell'uno e dell'altra".
Da quel momento in poi, la via prende il nome di "Strada Sagges" dalla famiglia patrizia proprietaria della nostra casa palatiata dal 1701 al 1927.


La presenza di torri e case torri nei vicinii della città è testimoniata dalla documentazione pergamenacea relativa a Bari nei secoli XIII-XIV: da quella destinata a prigione pubblica nel 1309 «in vicinio Sancti Martini», a quella «domus cum turri e cisterna…in vicinio Sancte Marie Annunciate» venduta nel 1382 a Tommas o de Cara per la somma di dieci once d’oro in carlini d’argento. Anche nella bibliografia locale ottocentesca si menzionano tali costruzioni. Lo s torico Giulio Petroni, nella sua «Storia di Bari», così le descrive:

«I loro palagi, a quel che dicono i patrii scrittori, solevano eglino costruire in isolati, ossia divisi da pubbliche strade intorno: murarvi chiesette di particolar culto, rizzarvi delle Torri ben alte, per afforzarvisi dentro ad un bisogno…». Ed ancora oggi è possibile scorgere case torri parzialCasa Nicolòmente inglobate in architetture di epoche successive, come la casa Piccinni in vico Fiscardi, di recente restaurata, e quella in via Zonelli nel vicinio di S.Marco, impreziosita dall’ apertura di una finestra in stile gotico fiorito, di marca veneziana. Ed almeno altre due vanno menzionate: una in strada Martinez nei pressi di S.Nicola e la seconda in strada La Torretta non lontano dal nostro vicinio. Ed è con ogni probabilità che, a partire dal XVI secolo, le case torri -cessato lo scopo difensivo per cui erano state costruite- vengono modificate e aggregate alle più antiche unità abitative contigue, orreate (a più piani) o terranee , dando luogo a più o meno cospicui complessi edilizi unifamiliari comprensivi di stalle, magazzini, trappeti, forni, cellari e granai. Tali aggregazioni, leggibili nel tessuto murario e che hanno comportato talora la trasformazione di chiostrine o spazi comuni scoperti, come vicoli o corti, in parti coperte dell’abitazione, modificando il preesistente impianto viario medioevale, sono evidenti ancora all’interno della nostra casa palatiata nella sua attuale connotazione. In questa edilizia palaziale che avrà il maggior sviluppo nel nostro vicinio tra XVII e XVIII secolo, per l’insediamento di famiglie signorili e patrizie, prevalentemente forestiere, venute al seguito delle varie dominazioni, sono evidenti la risistemazione della facciata, l’apertura di logge e finestre con balaustre di gusto tardo-rinascimentale, il portale d’accesso, l’androne, la corte interna e la scalinata d’accesso al piano nobile.


La casa palatiata, nuova sede della Soprintendenza archivistica per la Puglia è caratterizzata, su strada Sagges [foto 01] , da una sobria facciata e da un elegante portale che introduce in un arioso androne a volte unghiate con peducci e scala in pietra [foto 02].  L’ala dell’edificio, prospiciente il largo Maurelli, “già delli signori Callia” [foto 03] , presenta un raffinato balcone con mensole a mascheroni. [foto n. 4] L’edificio, privo di connotazioni araldiche e dall’identità caduta in oblio, ha incontrato finora scarsa fortuna critica nella bibliografia locale. Eppure, oltre la godibile facciata vi sono al suo interno preziose preesistenze architettoniche medievali che, come in uno scrigno, la casa palatiata ha conservato nel tempo. Nella fabbrica seicentescaPalazzo Sagges, infatti, sono state parzialmente inglobate due case torri, una delle quali si intravede dall’esterno in largo Maurelli ed è da identificare con la “casa detta della torretta“, citata nelle fonti documentarie del XVIII secolo. [foto n. 5]la torretta Di questo patrimonio architettonico, che ha caratterizzato il medievale tessuto urbano di Bari, resta ben visibile, nella sua integrità strutturale, un’altra casa torre posta nel largo San Sabino e già sede della Soprintendenza Archivistica per la Puglia. Grazie alle operazioni di restauro e alle indagini archivistiche già effettuate, è possibile oggi restituire alla collettività un pregevole complesso architettonico, inserito nel cuore della vecchia Bari, in un sito di cui si è ricostruita, tra l’altro, l’evoluzione toponomastica.


La casa palatiata è sita nelle vicinanze della chiesa Cattedrale e della perduta sinagoga, in un vicinio dell’antico abitato barese, prossimo alle mura, detto “Santa Maria de Kiri Iohannaci “ [foto n. 5]. Nelle fonti più antiche la città di Bari è suddivisa in vicinia, che prendono il nome talora da un dato topografico, altre volte da quello di un santo o da quello di una famiglia notabile intorno alla quale si aggregavano cittadini della medesima etnia e dello stesso status sociale. Lo storico barese, Antonio Beatillo, nella sua Historia di Bari principal città della Puglia, attribuisce alle nobili famiglie di origine bizantina, non solo la costruzione nella città, di grandi abitazioni “con alcune torri molto alte,…poste in isola cioè divise con pubbliche strade all’intorno degli edifici del resto de’ cittadini” ma anche la fondazione di chiese all’interno del proprio vicinio. Il toponimo del nostro sito, deriva, per l’appunto, dall’intitolazione di una chiesa fatta edificare dai siPalazzo Sagges, accesso alla torre internagnori Ioannaci, d’origine bizantina, trasferitisi a Bari e imparentatisi con i Dottula. Il sacro edificio che è già citato in un documento per gamenaceo conservato nell’archivio del Capitolo metropolitano di Bari del 1183, [foto n. 6] Concessione della chiesa di S. Eliarisulta restaurato ripetute volte nel corso dei secoli. Il Beatillo riferisce ancora, che la chiesa, chiamata “con qualche corruttela, Santa Maria di iursannaci e hora Santa Maria di Sannaci”, nel primo Seicento non dispone più del “suo bel chiostro”. Dal 1675 la chiesa di Santa Maria del Sannace ospita temporaneamente i Teatini, prima che questi si trasferiscano nella chiesa di San Gaetano. Nello stesso periodo la chiesa, con il rione, comincia ad essere denominata “Santa Maria del Sannace seu San Giuseppe “, intitolazione quest’ultima riferibile ad una congrega omonima subentrata ai Teatini ed elevata ad Arciconfraternita sul finire del XVIII secolo. Ad essa si deve probabilmente la riedificazione, sul suolo dell’antico tempio, dell’attuale chiesa dedicata al Santo Patriarca. Nella Platea dei Minori conventuali di Bari, conservata nell’archivio del Capitolo metropolitano barese e databile alla prima metà del XVIII secolo, viene riportata la “notizia delli nomi antichi e moderni delle strade di questa città di Bari “ e il nostro vicinato è individuato come: “ la corta dello Sannace, oggi vicino a San Giuseppe”. [foto n.7] PlateaE che già dalla fine del XVII secolo si avverte l’esigenza di identificare inequivocabilmente le aree corrispondenti alle singoli proprietà, è provato in vari atti notarili, conservati nell’ Archivio di Stato di Bari, in cui la nostra casa palatiata con i suoi confini ben definiti risulta “ sita e posta nella strada dei Martinez circum circa la strada di San Giuseppe “. Ancora nel Settecento non si riscontra la codificazione dei toponimi tant’è che, in un atto notarile del 1701 e, in seguito nel Catasto conciario di Bari del 1753, si colloca la stessa casa palatiata” nella strada detta di San Simeone “. Questo ennesimo toponimo del sito deriva dalla intitolazione di una chiesa, documentata già dal 1119, vicina a quella di San Bartolomeo de Muro, e la cui edificazione è da attribuire alla nobile famiglia Elia, di origine bizantina anch’essa come gli Ioannaci. In un inedito atto notarile del 1710 si precisa che “nella strada detta di San Simeone seu la torretta”, vi è la “chiesa diruta di esso Santo”. Alla fine del Settecento, a causa di una crescita smisurata e disordinata dell’attività edilizia nella Città antica, si avverte l’esigenza di edificare un nuovo borgo fuori le mura, la cui costruzione viene avviata di fatto nel Decennio francese. Nel 1836, finalmente viene superata l’incertezza sui toponimi a seguito di una deliberazione dei decurioni di Bari che decidono di far “apporre i numeri alla parete degli edifici nella città vecchia e nel borgo e le epigrafi alle strade dell’uno e dell’altra”. Da quel momento in poi, la via prende il nome di “Strada Sagges” dalla famiglia patrizia proprietaria della nostra casa palatiata dal 1701 al 1927.


Le indagini archivistiche finora condotte sebbene non hanno consentito di risalire ai tempi della primitiva edificazione della casa palatiata e ai successivi modi di aggregazione dei diversi corpi di fabbrica adiacenti (case torri), hanno tuttavia messo in evidenza le trasformazioni della stessa, a partire dal XVIII secolo in concomitanza dei passaggi di proprietà e delle modificate destinazioni d’uso. La prima notizia sull’esistenza della nostra casa palatiata è stata rinvenuta in un atto notarile del 1599, in cui si afferma che Giovanni Donato Calderone possiede le case che furono un tempo di Annibale de Rossi ascritto alla Piazza dei nobili di Bari. Lo stesso Giovanni Donato Calderone che «vive di sue robbe» è iscritto poi nel Liber Aprecii bonorum seu catasto di Bari del 1598-99, come proprietario di una «casa grande posta nel vicinato di Santa Maria del Sannace”. Da un atto notarile del 1647 apprendiamo, inoltre, che la casa del quondam Giovanni Donato Calderone è, all’epoca, di proprietà di Giuseppe Martinez che la deteneva già dal 1630, come risulta dal testamento di Pirro Chiesa, proprietario di una casa confinante. Quella dei Martinez è una nobile famiglia spagnola, originaria di Valenza, giunta a Bari probabilmente nella seconda metà del XVI secolo, quando, alla morte della Regina Bona Sforza, la città ritorna in demanio spagnolo. L’età spagnola”, certamente non delle più prospere e felici per Bari, è caratterizzata, tra l’altro, dalla forte ingerenza della monarchia e dei suoi ufficiali inviati nell’Università demaniale a disciplinare i particolarismi dei gruppi sociali locali e ad avviare un processo di centralizzazione. In questa azione politico-amministrativa va inquadrata l’attività di Joan Martinez, “Regio Auditore della Terra di Bari” ed estensore dello Statuto concesso all’Università barese nel 1564. Un altro Martinez, Martino, ricopre nel 1577 la carica di alguzerius, ossia collaboratore del mastrodatti, e poi intorno al 1580 quella di “carceriero”. Nel 1599 Martino, con la sua famiglia, composta dalla moglie Sabella e da due nipoti Giuseppe e Vincenza, abita in una casa di sua proprietà posta «in loco detto l’Arco di Paolo Tolosa» confinante con la casa di Ferrante Lamberta. Questa è la prima traccia della residenza in Bari della famiglia, in un vicinio assai prossimo a quello di Santa Maria de iure Ioannaci. Nel XVII secolo questa famiglia di ufficiali regi acquista lustro ed importanza. Giuseppe, nipote del capostipite Martino e “credenziero della Regia dogana”, investe i suoi capitali nell’acquisto della casa che fu di Giovanni Donato Calderone. L’integrazione nelle élites cittadine giunge poi nel 1636 con la sua aggregazione alla Piazza del Popolo primario. Il suggello di tale radicamento nella realtà cittadina è colto da Francesco Lombardi nel suo manoscritto, Ritratto del Regimento della Università di Bari, in cui ricorda l’edificazione della cappella gentilizia dei Martinez, da parte di Giuseppe, nel 1639 nelle chiesa di San Domenico “colla sua sepoltura sopra della quale si vede l’arma di detta casa”. Il matrimonio, poi, di una delle sue figlie, Giustina, con il nobile Antonio Effrem è un ulteriore segnale dell’avanzamento dei Martinez nella scala sociale cittadina. Uno dei figli di Giuseppe, Francesco si sposa nel 1649 con Teresa Serrano da cui ha due figli: Giulia Antonia, divenuta poi monaca di S. Chiara, e Giuseppe Antonio. Francesco diviene “affittatore delle gabelle” nel feudo di Sannicandro di proprietà del Capitolo della Basilica di San Nicola. Alessandro, fratello di Francesco, divenuto canonico della Real Chiesa di San Nicola, è per molti anni amministratore di quei beni capitolari. A lui si deve la costituzione di un ingente patrimonio costituito –come riportato negli atti notarili- da “case con soprani e sottani, magazeni, cantine di vino, bothega seu consaria siti in Bari, e masserie, terre e vigne con torri, cortigli e palmenti” posti nel territorio della stessa città, acquistati prevalentemente da famiglie in gravi difficoltà economiche, alle quali concedeva spesso prestiti. Tali proprietà che costituiscono una congrua rendita, sono donate, con atti notarili del 1673 e 1677, al suo unico nipote maschio, Giuseppe Antonio, “che intende prendere in affitto il partito delle gabelle della città di Bari”, ufficio che ricoprirà dal 1673 al 1681. Tra i suoi beni, Alessandro dona al nipote anche la casa palatiata sita dentro Bari “alla strada detta di Santa Maria de Iuris Ioannaci con diversi membri superiori e inferiori, due piscine d’oglio, diversi magazzeni, un forno da cocer pane et altri membri et comodità… di valore di ducati tremila incirca” pervenutagli in eredità. Giuseppe Antonio riveste altre cariche pubbliche in Bari: nel 1679 è nominato, per la Piazza del Popolo primario, capitano di squadra per la custodia e la guardia della città e, qualche mese più tardi, è eletto sindaco della stessa Piazza. Alla sua morte i figli, Francesco, Tommaso e Teresa, ereditano la casa palatiata insieme all’altro corpo di fabbrica contiguo, citato nelle fonti documentarie come “la casa detta la torretta”. Gli eredi mantengono indivisa la proprietà, fino a quando, sorte delle divergenze tra i tre, decidono di venderla. In realtà la casa viene venduta per far fronte ai debiti, gravanti sulla stessa, contratti dal loro prozio Alessandro e che nemmeno le rendite dell’affitto di essa riuscivano a soddisfare.


Il 5 marzo del 1701, con atto del notaio Onofrio Pascarito, “don Pietro Sage, regio casciero delle entrate e gabelle della città di Bari”, compra per duemilatrecento ducati la “casa palatiata di proprietà delli signori Martinez” consistente in “sala grande, cinque camere, uno camerino con cucina attaccata a detto camerino, scoverto, scala di pietra con ferrate di ferro, piscina d’oglio, cortiglio, et membri superiori et inferiori, una con il fornello di sotto e jus di quello tale quale ha spettato e spetta a detta casa”. Poche sono le notizie sulla provenienza di Pietro Sage o Sagges. Negli atti notarili del XVIII secolo è citato come “civitatis Salins incola, in contea de Borgogna”. Sposatosi con Chiara Alix, sua conterranea, nel 1677 a Napoli, dove nasce anche il primogenito Giovanni, egli risulta “commorante e accasato in questa città di Bari” sul finire del XVII secolo. La sua famiglia si accresce con la nascita dei figli Carlo, Simone, Giuseppe e Nicola, destinati tutti all’abito talare o al chiostro. Pietro ricopre la carica di regio cassiere, prima a Bari, dal 1693 ai primi del XVIII secolo, poi a Bitonto, dal 1708 al 1711, dove si trasferisce quando è “amosso dall’officio di Bari”, come egli stesso dichiara nel suo testamento del 1714. Nel 1708, in età ormai avanzata, sposa in seconde nozze la barese Grazia Matino, “giovane d’anni”, che gli darà altri figli, che moriranno però prematuramente. Il “regio casciero” Pietro Sagge è un uomo di potere che costruisce la sua ascesa nella società barese accumulando capitali con i cospicui profitti delle esazioni delle entrate fiscali che investe, poi, nell’acquisto di beni immobili in Bari. Tra questi, “la casa della Torretta”, adiacente alla casa palatiata, che Pietro comprerà qualche tempo dopo dagli stessi fratelli Martinez, oltre a diversi vigneti e terre coltivate “con torre, palmento, piscine, giardino d’agrumi, cortili”, siti nei territori di Bari, Carbonara e Triggiano. Lo stesso presta denaro a censo a molte famiglie baresi indebitate; ne riscuote poi i crediti con “durezza e senza misericordia”. Non è da escludere che l’uccisione del figlio primogenito Giovanni, avvenuta nel 1712, sicuramente per rancori o vendette trasversali, sia da mettere in relazione a questa lucrosa attività di Pietro. A tale proposito, negli atti processuali conservati nell’archivio della Basilica di San Nicola [foto n.15] i fratelli Domenico e Saverio, esponenti della nobile famiglia barese dei Simi, sono individuati come gli esecutori materiali dell’aggressione mortale a Giovanni, avvenuta nel tratto di strada “sotto l’arco che è tra la casa Simi e Sagge” [foto n.16]. A metà del XVIII secolo la posizione della famiglia Sagges, nel contesto sociale barese, appare consolidata sia per alleanze matrimoniali strette con famiglie benestanti cittadine, quali gli Zonelli e gli Ordugno, sia per la politica patrimoniale perseguita, tutta tesa a concentrare e a mantenere nelle mani del primogenito maschio “del casato, linea et famiglia Sagges”, la proprietà del palazzo. La consacrazione del prestigio sociale per la famiglia giunge con la concessione a Pietro juniore, nel 1749, del titolo di patrizio di Bari e con l’aggregazione, “per il solo governo”, alla Piazza nobile cittadina con il godimento delle immunità, esenzioni, privilegi spettanti [foto n.17]. I suoi discendenti [foto n.18] vivranno “nobilmente” e stringeranno successivamente rapporti di parentela con famiglie di alto rango, come Giovanni, figlio primogenito di Pietro juniore, che sposerà nel 1780 Isabella figlia di Teodoro de Marteau, di nazionalità spagnola, barone di Rossendal e governatore del regio Castello di Bari. La ricchezza materiale raggiunta dai Sagges consente una ricaduta, in termini di prestigio, e sono le dimore, gli arredi, la servitù, gli abiti, i gioielli ad assorbire una quota considerevole di tale ricchezza. Il palazzo, dotato di salone, camere riccamente arredate, con volte ornate da pitture murali e quadri come è documentato nell’inventario del mobilio di casa redatto nel 1768, è fatto oggetto di cure costanti, diventando il simbolo dell’unità della famiglia.


A partire dai primi anni del XIX secolo “la proprietà”, che aveva rappresentato il prestigio e la solidità economica raggiunti dalla famiglia Sagges nel corso del secolo precedente, viene via via venduta, probabilmente a causa dei numerosi debiti contratti dallo stesso Giovanni per la ristrutturazione, sul finire del Settecento, della casa palatiata. Alla sua morte, avvenuta prematuramente, la vedova Isabella, tutrice dell’unico figlio minore Teodoro, è costretta ad affittare e ad alienare buona parte del palazzo per far fronte alle sopraggiunte difficoltà economiche. Nel 1820 Teodoro, “gentiluomo proprietario nativo e domiciliato in strada Sagges” conserva solamente le “camere di sua abitazione di primo piano della casa … della quale trovasi averne nella maggior parte disfatto”. Intanto si registra, agli inizi del XIX secolo, un mutamento del tessuto sociale nella Città vecchia. La richiesta dei ceti più abbienti di costruire nuovi quartieri fuori le antiche mura per ovviare alle precarie condizioni sanitarie abitative del vecchio borgo, favorisce la nascita, a cominciare dal Decennio francese, del Borgo Murattiano, che viene progettato come “quartiere complementare e di naturale espansione del preesistente nucleo cittadino”. Il nuovo quartiere è destinato a diventare ben presto “il centro più importante della città”, dove andranno ad abitare le famiglie più rappresentative della media e alta borghesia. Nel centro antico rimangono in prevalenza i ceti subalterni che, per effetto della loro attività economica, basata sul commercio di deposito e transito delle merci, acquistano singoli locali o «camere» dei vecchi palazzi dismessi dagli antichi proprietari, adattandoli a case magazzino. Si aggrava, in tal modo, il fenomeno della sovrappopolazione del Centro antico e della coabitazione di più nuclei familiari in unità abitative anguste. A tale destino non si sottrae il palazzo dei Sagges. Uno degli ultimi discendenti della famiglia, Teodoro, ai primi del XX secolo, lascia Bari con la sua famiglia per trasferirsi a Gioia del Colle dove eserciterà la professione di notaio [foto n.19]. Nel 1927, infine, l’unico figlio maschio ed erede di Teodoro e Rosa Positano, Giovanni, che nel 1922 aveva ereditato ciò che era rimasto della “proprietà” in Bari, ossia “le tre stanze di primo piano di antichissima costruzione tutto puntellato formante parte dell’antico Palazzo Sagges”, vende “il fabbricato ormai tutto cadente da abbattersi e ricostruirsi” [foto nn. 20-21].


Nell’ultimo ventennio del XIX secolo si accresce il divario tra antico abitato e la città nuova. Lo sviluppo del Borgo Murattiano ha infatti rallentato la trasformazione del vecchio spazio urbano. L’alta densità della popolazione e il deterioramento delle condizioni igieniche e sanitarie, quali l’inquinamento del sottosuolo causato dalla presenza di numerosi pozzi neri e dalla mancanza di una rete fognante, sono fattori che determinano un peggioramento delle condizioni sociali e ambientali nella vecchia Bari. Il primo rilevamento catastale geometrico particellare della Città di Bari, eseguito nel 1874, “costituisce– come afferma Emilia Pellegrino nel saggio Il primo catasto geometrico particellare - un’attendibile e minuziosa raffigurazione della Città Vecchia, dopo le vedute prospettiche scenografiche e parziali del secolo XVIII” L’immagine è ancora sostanzialmente quella dell’antico centro medievale, caratterizzato dal tessuto urbano fittissimo e dal sistema viario rimasto pressoché immutato [foto n. 22]. Anche le successive mappe catastali del 1894 e del 1917 non riportano sostanziali modifiche dell’antica topografia, nonostante le grosse trasformazione avviate a metà Ottocento con la demolizione delle mura sul lato sud e la costruzione del porto nuovo sul lato ovest della Città vecchia. Una “cortina edilizia che rispecchia i moduli murattiani”, viene costruita sul lato nord del Corso Vittorio Emanuele, autentico spartiacque tra le due parti della città, con lo scopo di mascherare “i meandri medioevali” e le strade tortuose ed anguste della vecchia Bari in stridente contrasto con il dirimpettaio ordine tutto borghese della Città nuova [foto n. 23]. Nei primi due decenni del XX secolo il problema del risanamento e dell’ampliamento della città vecchia viene riesaminato nell’ambito di un più generale ammodernamento degli spazi urbani. È soprattutto a volontà di voler collegare il nuovo con l’antico a promuovere la “modernizzazione della città vecchia” operazione ritenuta indispensabile allo sviluppo economico dell’intera città. La sopravvivenza del vecchio tessuto urbano, al quale non si riconosce valore artistico e culturale, viene visto come barriera ad ogni positiva trasformazione. Da qui la propensione dell’amministrazione cittadina ad assecondare piani regolatori e progetti di sventramento del nucleo storico -già realizzate nel periodo umbertino in quasi tutte le città italiane- che prevedono la demolizione e ricostruzione delle aree più degradate e povere, quali: il quartiere S.Giuseppe e le antiche corti di Boccapianola, di Colagualano, di San Triggiano, di Rinaldi, di San Pietro Vecchio. Secondo quando afferma Enrica Di Ciompo in Bari 1806-1940, il fine primario è la creazione di “un’asse di penetrazione rettilinea centrale e ampia” nella città vecchia al fine di consentire la diretta comunicazione commerciale della strada più importante della Città nuova, Via Sparano, con il porto. Il progetto è evidente nella planimetria del secondo lotto dei lavori previsti in esecuzione del piano regolatore di risanamento e sistemazione edilizia dell’antica città di Bari proposto dall’ingegnere Arrigo Veccia negli anni 1920-1921.In realtà, questi piani non vengono attuati sia per i mutati interessi economici dell’imprenditoria cittadina che aveva considerato il risanamento come un’opera edilizia di lusso tendente alla sfruttamento delle aree del centro storico; sia per la decisa opposizione del movimento popolare all’allontanamento dalla città vecchia dei ceti operai e marittimi e sia, infine, per la mancanza nelle aree periferiche di case popolari sufficienti a soddisfare la domanda degli abitanti sfrattati dalle case da demolire. Nel ventennio fascista il problema del risanamento dei centri antichi viene affrontato in tutt’Italia in termini radicali con l’avvio della politica dei grandi lavori pubblici. In nome della “nuova era” i vecchi tessuti urbani sono considerati un ostacolo allo sviluppo delle “moderne e industriose” città fasciste. Nelle città meridionali si attuano estesi piani di sventramenti – di tradizione ottocentesca - dei nuclei storici. Nel 1926, sull’esempio di Palermo, si propongono progetti di demolizione e ricostruzione che prevedono la quasi totale distruzione della Bari vecchia con la sola eccezione dei grandi monumenti storici e religiosi: il Castello, la Cattedrale e San Nicola. I costi elevati e la difficoltà di reperimento dei mezzi tecnici per l’attuazione degli interventi di demolizione e ricostruzione determinano, però, un accantonamento dei piani stessi. Negli anni ‘30 i nuovi orientamenti della cultura urbanistica nazionale che riscoprono l’importanza storico ambientale delle città medievali, spingono verso la progettazione di nuovi piani urbanistici ispirati alle teorie del “diradamento edilizio”, finalizzato alla conservazione e al restauro degli edifici più importanti, al miglioramento delle unità abitative e al ripristino del tessuto ambientale. A Bari il “diradamento” trova applicazione nel progetto dell’architetto Petrucci [foto n.24] con la conseguenza che la città antica viene si migliorata nell’aspetto monumentale ma non viene salvato l’intero tessuto di vie e piazze la cui conservazione o distruzione è strettamente connessa al problema contingente della viabilità come ribadito nel saggio L’ideale della perfezione urbana:Borgo e città Vecchia nei Piani Regolatori, da Enrico Guidoni. Infatti, il primo lotto dei lavori approvato nel 1932, che prevede la sistemazione della zona e l’apertura del primo tratto di strada che congiunge la piazza di S. Barbara con la Cattedrale, ha come risultato la parziale demolizione delle vecchie strade, S. Bartolomeo, Angiola, Tresca vecchia e S. Giuseppe; inoltre, l’edificio scolastico, “in pietra a due piani “, intitolato a Filippo Corridoni, viene costruito sulle aree un tempo occupate dagli immobili di proprietà della famiglia Lamberti e della Casa della Pietà ormai in rovina. La ricostruzione edilizia del secondo dopoguerra ripropone, senza risolverli, i termini della questione urbana di unificazione dei due nuclei della città. Viene riaffermato il ruolo preminente del Quartiere murattiano rispetto alla Bari vecchia, che conosce in questi anni un nuovo profondo degrado dell’ambiente sociale e la rapida decadenza degli antichi edifici. Negli anni ‘50 e ‘60, con lo sviluppo edilizio dei nuovi quartieri residenziali, viene abbandonato il progetto di amalgamare gli spazi della Città vecchia con il Borgo murattiano, modelli urbani ritenuti ormai superati. Solo negli anni ‘70 e ‘80 si avvia il recupero di alcuni vecchi isolati in esecuzione del progetto generale di risanamento igienico urbanistico della Città vecchia di Bari approvato nel 1967 e del piano di variante del 1971. Nel 1974 l’ antico palazzo Sagges viene espropriato per essere restaurato e destinato a sede della Soprintendenza Archivistica per la Puglia. Finalmente, nel 1999, diventa esecutivo il piano particolareggiato della Città vecchia finalizzato al recupero, nel rispetto dei caratteri storici, ambientali, architettonici e artistici, dell’antico abitato.


Nei primi anni ‘80, il Provveditorato alle Opere Pubbliche per la Puglia programmò il recupero e la rifunzionalizzazione di alcuni complessi edilizi di proprietà demaniale siti nel Centro storico di Bari, individuando gli isolati che per il degrado e l’abbandono subiti si presentavano fatiscenti e comunque pericolanti. Tale situazione aveva comportato la chiusura al traffico delle strade limitrofe, determinando nel tessuto edilizio ampi “vuoti“ urbani che di fatto rendevano inutilizzabile una parte significativa della città antica. Furono, in tal modo, individuati gli isolati 35, 47, 48 e 56, il cui progetto di recupero fu finanziato con fondi F.I.O. Dopo la messa in sicurezza ed agibilità di tali isolati si procedette ad un accurato rilievo che portò ad una prima lettura storico-architettonica, con l’individuazione di elementi architettonici e strutturali medievali, torri dell’XI-XII secolo, resti archeologici di grande interesse anche in relazione ad una più precisa definizione della storia della città e del suo sviluppo: detti elementi, di grande importanza per la definizione del progetto, hanno poi avuto conferma e maggiore specificazione nel prosieguo. Definite le nuove destinazioni, si diede inizio al primo lotto di lavori, che portò al completo recupero dell’isolato 35 (destinato a Caserma della Guardia di Finanza) e alle prime opere di “liberazione” da detriti e strutture fatiscenti e consolidamenti per gli isolati 47-48 e 56 [ foto nn.25-26]. Il successivo progetto esecutivo del 1995, finanziato con fondi del Ministero dei LL.PP., ha permesso il completamento e definitivo recupero dei restanti tre isolati: il 47 destinato a mediateca e centro di documentazione del Politecnico di Bari, il 48 sede del Centro operativo per l’archeologia di Bari e il 56 sede della Soprintendenza archivistica per la Puglia [foto nn. 27-28-29-30-31-32-33]. I lavori di recupero dell’isolato 56 hanno confermato che il complesso edilizio è stato il risultato dell’aggregazione di più fabbriche, integrata in un unico “palazzo” di estese dimensioni, successivamente (a cominciare dall’ottocento) parcellizzato in seguito a trasformazioni e superfetazioni che hanno reso non immediatamente percepibile le originali volumetrie [foto nn. 34-35-36].


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