Nell’ultimo ventennio del XIX secolo si accresce il divario tra antico abitato e la città nuova. Lo sviluppo del Borgo Murattiano ha infatti rallentato la trasformazione del vecchio spazio urbano. L’alta densità della popolazione e il deterioramento delle condizioni igieniche e sanitarie, quali l’inquinamento del sottosuolo causato dalla presenza di numerosi pozzi neri e dalla mancanza di una rete fognante, sono fattori che determinano un peggioramento delle condizioni sociali e ambientali nella vecchia Bari. Il primo rilevamento catastale geometrico particellare della Città di Bari, eseguito nel 1874, “costituisce– come afferma Emilia Pellegrino nel saggio Il primo catasto geometrico particellare - un’attendibile e minuziosa raffigurazione della Città Vecchia, dopo le vedute prospettiche scenografiche e parziali del secolo XVIII” L’immagine è ancora sostanzialmente quella dell’antico centro medievale, caratterizzato dal tessuto urbano fittissimo e dal sistema viario rimasto pressoché immutato [foto n. 22]. Anche le successive mappe catastali del 1894 e del 1917 non riportano sostanziali modifiche dell’antica topografia, nonostante le grosse trasformazione avviate a metà Ottocento con la demolizione delle mura sul lato sud e la costruzione del porto nuovo sul lato ovest della Città vecchia. Una “cortina edilizia che rispecchia i moduli murattiani”, viene costruita sul lato nord del Corso Vittorio Emanuele, autentico spartiacque tra le due parti della città, con lo scopo di mascherare “i meandri medioevali” e le strade tortuose ed anguste della vecchia Bari in stridente contrasto con il dirimpettaio ordine tutto borghese della Città nuova [foto n. 23]. Nei primi due decenni del XX secolo il problema del risanamento e dell’ampliamento della città vecchia viene riesaminato nell’ambito di un più generale ammodernamento degli spazi urbani. È soprattutto a volontà di voler collegare il nuovo con l’antico a promuovere la “modernizzazione della città vecchia” operazione ritenuta indispensabile allo sviluppo economico dell’intera città. La sopravvivenza del vecchio tessuto urbano, al quale non si riconosce valore artistico e culturale, viene visto come barriera ad ogni positiva trasformazione. Da qui la propensione dell’amministrazione cittadina ad assecondare piani regolatori e progetti di sventramento del nucleo storico -già realizzate nel periodo umbertino in quasi tutte le città italiane- che prevedono la demolizione e ricostruzione delle aree più degradate e povere, quali: il quartiere S.Giuseppe e le antiche corti di Boccapianola, di Colagualano, di San Triggiano, di Rinaldi, di San Pietro Vecchio. Secondo quando afferma Enrica Di Ciompo in Bari 1806-1940, il fine primario è la creazione di “un’asse di penetrazione rettilinea centrale e ampia” nella città vecchia al fine di consentire la diretta comunicazione commerciale della strada più importante della Città nuova, Via Sparano, con il porto. Il progetto è evidente nella planimetria del secondo lotto dei lavori previsti in esecuzione del piano regolatore di risanamento e sistemazione edilizia dell’antica città di Bari proposto dall’ingegnere Arrigo Veccia negli anni 1920-1921.In realtà, questi piani non vengono attuati sia per i mutati interessi economici dell’imprenditoria cittadina che aveva considerato il risanamento come un’opera edilizia di lusso tendente alla sfruttamento delle aree del centro storico; sia per la decisa opposizione del movimento popolare all’allontanamento dalla città vecchia dei ceti operai e marittimi e sia, infine, per la mancanza nelle aree periferiche di case popolari sufficienti a soddisfare la domanda degli abitanti sfrattati dalle case da demolire. Nel ventennio fascista il problema del risanamento dei centri antichi viene affrontato in tutt’Italia in termini radicali con l’avvio della politica dei grandi lavori pubblici. In nome della “nuova era” i vecchi tessuti urbani sono considerati un ostacolo allo sviluppo delle “moderne e industriose” città fasciste. Nelle città meridionali si attuano estesi piani di sventramenti – di tradizione ottocentesca - dei nuclei storici. Nel 1926, sull’esempio di Palermo, si propongono progetti di demolizione e ricostruzione che prevedono la quasi totale distruzione della Bari vecchia con la sola eccezione dei grandi monumenti storici e religiosi: il Castello, la Cattedrale e San Nicola. I costi elevati e la difficoltà di reperimento dei mezzi tecnici per l’attuazione degli interventi di demolizione e ricostruzione determinano, però, un accantonamento dei piani stessi. Negli anni ‘30 i nuovi orientamenti della cultura urbanistica nazionale che riscoprono l’importanza storico ambientale delle città medievali, spingono verso la progettazione di nuovi piani urbanistici ispirati alle teorie del “diradamento edilizio”, finalizzato alla conservazione e al restauro degli edifici più importanti, al miglioramento delle unità abitative e al ripristino del tessuto ambientale. A Bari il “diradamento” trova applicazione nel progetto dell’architetto Petrucci [foto n.24] con la conseguenza che la città antica viene si migliorata nell’aspetto monumentale ma non viene salvato l’intero tessuto di vie e piazze la cui conservazione o distruzione è strettamente connessa al problema contingente della viabilità come ribadito nel saggio L’ideale della perfezione urbana:Borgo e città Vecchia nei Piani Regolatori, da Enrico Guidoni. Infatti, il primo lotto dei lavori approvato nel 1932, che prevede la sistemazione della zona e l’apertura del primo tratto di strada che congiunge la piazza di S. Barbara con la Cattedrale, ha come risultato la parziale demolizione delle vecchie strade, S. Bartolomeo, Angiola, Tresca vecchia e S. Giuseppe; inoltre, l’edificio scolastico, “in pietra a due piani “, intitolato a Filippo Corridoni, viene costruito sulle aree un tempo occupate dagli immobili di proprietà della famiglia Lamberti e della Casa della Pietà ormai in rovina. La ricostruzione edilizia del secondo dopoguerra ripropone, senza risolverli, i termini della questione urbana di unificazione dei due nuclei della città. Viene riaffermato il ruolo preminente del Quartiere murattiano rispetto alla Bari vecchia, che conosce in questi anni un nuovo profondo degrado dell’ambiente sociale e la rapida decadenza degli antichi edifici. Negli anni ‘50 e ‘60, con lo sviluppo edilizio dei nuovi quartieri residenziali, viene abbandonato il progetto di amalgamare gli spazi della Città vecchia con il Borgo murattiano, modelli urbani ritenuti ormai superati. Solo negli anni ‘70 e ‘80 si avvia il recupero di alcuni vecchi isolati in esecuzione del progetto generale di risanamento igienico urbanistico della Città vecchia di Bari approvato nel 1967 e del piano di variante del 1971. Nel 1974 l’ antico palazzo Sagges viene espropriato per essere restaurato e destinato a sede della Soprintendenza Archivistica per la Puglia. Finalmente, nel 1999, diventa esecutivo il piano particolareggiato della Città vecchia finalizzato al recupero, nel rispetto dei caratteri storici, ambientali, architettonici e artistici, dell’antico abitato.